L’inverno, Stockhausen e quei tredici minuti

Ieri una giornata buia e invernale ha stretto in un gelido abbraccio una Pistoia tutta luci, regali e gente indaffarata tra bancarelle e vetrine.

 

Nell’attesa di questo ponte che è un ponte a metà dato che l’8 cade di sabato, come una ventata più gelida delle altre ci è giunta la notizia della scomparsa di Karlheinz Stockausen.

 

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Parlando di Novecento contemporaneo racconto ai ragazzi di terza media che Stockausen è uno dei protagonisti della generazione di Darmstadt, quindi uno dei maggiori esponenti dell’avanguardia oltre che pioniere della musica elettronica.

 

So bene che non si può liquidare in poche frasi un personaggio di questo calibro, ma so anche che è difficile trattare con compiutezza un periodo così fervido ed interessante della cultura moderna: un momento ancora vicino nel tempo quanto lontano dal modo di vivere e di pensare della nostra epoca.

 

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L’ascolto dei brani di Stockausen, come quelli delle avanguardie in genere, suscita di solito ilarità e rifiuto laddove non si sia abituati ad ascoltare nemmeno il repertorio classico, o meglio, laddove si faccia fatica ad ascoltare qualsiasi cosa per più di pochi secondi.

Spazio. 

Portare avanti questo ragionamento ci conduce verso colpe da imputare alla tv, a Internet, alle famiglie, alla mancanza di valori e via discorrendo, quindi ci fermiamo qui, visto che i luoghi comuni non sono affatto benvenuti in questo blog.

 

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Stockausen può essere compreso solo se inserito nell’ottica di una società che, uscita dalla guerra, andava scommettendo sul proprio futuro.

Spazio.  

Era una società che si rinnovava a ritmi mai visti e rinnovandosi tritava come in una spaventosa centrifuga tutto quello che solo poco prima aveva creato e presentato come novità.

 

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Scommettere sul proprio futuro e lavorare per modellarlo in base ad un libero pensiero è un fatto importante.

 

Per fare questo occorre saper sognare e progettare: sognare per avere la percezione di qualcosa di diverso, progettare per poterlo mettere in atto.

 

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Si dice che le generazioni precedenti la nostra avessero “sogni lunghi“, che talvolta partivano dalle innovazioni artistiche e confluivano nella grande idea di un mondo nuovo.

 

Erano gli anni 50′ quando il giovane Stockausen muoveva i primi importanti passi nel mondo della musica, dunque erano ancora lontanissimi il 68, la “Pop” generation e l’idea della “fantasia al potere”.

 

Concetti fermi da secoli, come “tempo”, “forma” e “sviluppo”, cessarono di costituire dei dogmi indiscutibili per chi componeva musica e, spesso, si arrivò a ribaltarne il significato e a riproporli sotto una luce completamente nuova.

 

Gli artisti si accorgevano di avere in mano le chiavi necessarie ad operare un cambiamento positivo che avrebbe coinvolto l’intera umanità e facevano di tutto per usarle nel modo migliore.

 

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Che differenza con l’attuale società in cui il “non pensiero” diffuso impedisce i sogni lunghi, in cui non si riesce ad ascoltare niente e nessuno ed in cui tutti si danno da fare e corrono, magari tra bancarelle e addobbi natalizi, senza sapere il perché!

 

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Il bravo Giorgio Faletti, in “Notte prima degli esami” dice che “è importante quello che si prova correndo, non quello che si trova alla meta”.

Sarà vero, ma forse quello che si prova correndo diventa ancora più emozionante e coinvolgente se si ha chiaro il motivo per cui si corre.

 

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Stockausen ci porta una nuova concezione del teatro musicale.

 

La sua opera “Licht” ha bisogno di una settimana per essere rappresentata interamente e costituisce l’ideale continuazione della Tetralogia wagneriana.

 

Stockausen nella seconda metà del Novecento come Wagner nella seconda metà dell’Ottocento, con intorno tutta una società intenta a dividersi tra conservatori e innovatori!

 

Questo spunto di riflessione ci porta ancora alla giornata di ieri, che si è conclusa con i tredici minuti di applausi riservati al Tristano dal pubblico della Scala.

 

Tristano è l’opera più innovativa di Wagner, quella in cui il compositore riuscì a porre in atto le proprie idee musicali, artistiche e teatrali: una pietra miliare per la musica dell’avvenire.

 

Quanto era chiara nella mente di Wagner l’immagine dell’opera d’arte del futuro, che si forma dall’unione di musica, immagine, recitazione e poesia, sulla strada aperta dalla Nona di Beethoven e magistralmente tracciata dal Romanticismo europeo!

 

A Wagner non sarebbe fregato nulla di che cosa stesse provando mentre correva verso il futuro, se non avesse avuto chiara la visione della propria meta o, a dirla con i Romantici, della propria missione al servizio dell’umanità.

 

Chiudo questa riflessione augurando a tutti i lettori il miglior ponte possibile ed ai miei ragazzi, alunni ed allievi, un futuro fatto di sogni lunghi e mete importanti da inseguire e raggiungere.

 

Spazio.

 

Spazio.

 

Fernando C.

 

 

 

 

L’inverno, Stockhausen e quei tredici minutiultima modifica: 2007-12-08T22:53:01+01:00da fernandoblog
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4 pensieri su “L’inverno, Stockhausen e quei tredici minuti

  1. La stagione delle avanguardie è finita. Ha avuto un lento declino iniziato negli ultimi anni 70 e conclusosi all’alba del nostro millennio.
    Nemmeno io ascolto, se non per necessità culturale, la musica d’avanguardia.
    Trovo però che il periodo delle avanguardie sia importante per il forte balzo in avanti che ha impresso alla musica, così come alle altre arti.
    Oggi dobbiamo ricondurre tutto questo nel cammino iniziato con il Novecento storico e pensare ad una musica che sia “totale”, mondiale, espressione di questa nostra società piena di tecnologia e di contraddizioni.
    Dobbiamo avere presenti, oltre alla lezione del primo Novecento e delle avanguardie, due importanti punti di riferimento: la musica etnica, il jazz, ed anche i generi più commerciali (rock, pop ecc.).
    Pluralità di linguaggi per una nuova semplicità espressiva. Mi sembra un buon slogan per la musica del futuro. Che ne dici?
    Fernando

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