How far can you fly? (ovvero: che cosa ci impedisce di volare?)

Spazio. 

E’ il titolo dell’ultimo brano scritto dal pianista jazz Luca Flores prima del suicidio, ed è anche la frase conclusiva del film “Piano, solo“, visto in un ventoso sabato di metà ottobre in un piccolo cinema di provincia.

Spazio.

Il buon cinema è il risultato di vicende non banali, buone interpretazioni, ma soprattutto una sinergia abilmente distribuita ed organizzata tra tempo, suono e immagine.

Quando tutto questo funziona, indipendentemente dal genere e dalla trama, si annulla la distanza tra schermo e platea e si ha l’impressione di vedere il film da dentro.

I buoni film, anche quando sono tragici  e pesanti come questo, rivelano la portata del loro impatto sul pubblico alla fine.

Spazio.

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Spazio.

All’apparire dei primi titoli di coda i “poco – pensanti” di turno o , se vogliamo, gli spettatori più superficiali, balzano in piedi, si rimettono il giubbotto coprendo la visione a chi sta dietro e guadagnano in fretta l’uscita lasciandosi alle spalle il rumoroso sbattere della poltroncina sullo schienale. pazio.

Però ci sono sempre quelli che rimangono ancora un po’, che vogliono respirare l’opera d’arte fino all’ultimo fotogramma e desiderano accoccolarsi ancora per qualche minuto nello stato d’animo suscitato dalla visione della pellicola.

Il tema assolutamente non banale ha favorito una certa selezione preventiva, però quella sera più persone del solito sono rimaste a contemplare lo schermo ormai muto e le luci accese della sala: talvolta in silenzio, talvolta azzardando qualche commento con gli amici o con il vicino di poltrona.

Spazio.

How far can you fly?“. “Che cosa ci impedisce di volare davvero?”.  

Spazio.

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Spazio.

C’è in molti di noi un’Africa ideale (chi ha visto il film capirà) in cui si è avviata la disgregazione di quella parte del nostro essere che tende alla propria realizzazione.

Il compimento dei grandi progetti non può fare a meno del sano egoismo che ti porta ad infischiartene di quello che pensano, dicono o fanno tutti gli altri per imboccare dritto la tua strada maestra.

Spazio.

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Spazio.  

Quest’Africa può essere ancora lì ad aspettarci, ma può farci trovare paesaggi totalmente diversi quando decidiamo di provare ad incontrarla di nuovo.

Spazio.

Ci sono musicisti solitari, così come ci sono strumenti che implicano una certa tendenza alla solitudine.

Spazio.

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Spazio.

Il pianoforte è senz’altro uno di questi, grazie alla grande letteratura classica e moderna di cui gode, alla sonorità che si è conquistato con il romanticismo, alla leadership conferitagli dalla musica da camera prima e dal jazz poi.

E’ uno strumento che basta a sé stesso, a differenza di quasi tutti gli altri che invece si esprimono al meglio in orchestra o in ensemble.

Spazio.

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Spazio.

Un pianista colto suscita ammirazione e sembra possedere tutta la musica, anche quando si mette a fare altro, ad esempio comporre, oppure arrangiare o dirigere.

Non accade lo stesso per i trombettisti, i percussionisti e altri colleghi che sono destinati a ritrovarsi sotto esame non appena decidano di abbandonare lo strumento per abbracciare la totalità dell’espressione musicale.

Eppure, che cosa li spinge a farlo se non il desiderio di rispondere alla domanda con i fatti: volare oltre e librarsi nei liberi cieli del mondo della musica?

Spazio.

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Spazio.

Avevamo già detto che nella maggior parte dei casi non siamo noi a scegliere questo o quello strumento, ma è lui a conquistarci in base alla nostra personalità ed alla nostra indole caratteriale.

Ci sono molti esempi, ma anche eccezioni a questa che, comunque è una convinzione abbastanza condivisa tra noi musicisti.

Voglio però accomunare nei saluti finali di questo post tutti quelli che sono stati conquistati dal miracolo del respiro che si fa suono, diventa musica, e lo fa in modo assolutamente affascinante quando si unisce al respiro di tutti gli altri.

La bellezza del cantare in un coro o del suonare in un complesso di fiati credo parta dalla meraviglia suscitata in tutti noi da questo miracolo che sappiamo rinnovare ogni volta.

Spazio.

Mi aggancio a questo pensiero che sottopongo alle vostre riflessioni per salutare chi come me ha la fortuna di essere parte di questo mondo: in particolare gli amici della Filarmonica “G. Puccini” di Segromigno in Monte (LU) e quelli della Corale Valdera, con cui ho piacevolmente condiviso un bel pomeriggio di musica e considerazioni teorico – editoriali circa un mese fa.

Ho scelto queste due belle realtà anche perché, dopo avere dato un ‘occhiata alle statistiche, ho visto che un buon numero di visite al blog provengono dai loro siti.

Continuiamo a crederci e le nostre ali, sempre più frementi di aria e musica, ci porteranno davvero lontano!

Spazio.

Fernando C.

How far can you fly? (ovvero: che cosa ci impedisce di volare?)ultima modifica: 2007-10-26T01:29:11+00:00da fernandoblog
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7 pensieri su “How far can you fly? (ovvero: che cosa ci impedisce di volare?)

  1. Ce lo impediamo noi stessi quando ci adagiamo nella pigrizia e nell’indifferenza, quando lasciamo passare il tempo senza viverlo, quando esageriamo con la nostalgia per il passato invece di guardare al futuro.
    Ce lo impediamo ogni volta che abbiamo paura di qualcosa o di qualcuno e quando mettiamo freni di ogni genere alla nostra libertà di pensare, agire, creare, amare.
    Fernando C.

  2. Letteralmente, Quanto sai/puoi volare lontano?, come dire “dove ti porta (dove sa/può portarti) la tua musica interiore”, quanto sa/può volare (viaggiare?) il tuo io? Il brano è tratto da un cd che Flores ha significativamente intitolato For those I never knew, “Per quelli che non ho mai conosciuto”: insomma, è un invito a “volare lontano” insieme a lui, verso quel luogo dove seppe portarlo la sua musica, le note jazz del suo piano, lo stesso luogo verso cui possiamo approdare noi stessi ascoltando i suoi pezzi, ovvero il suono del suo respiro fuso al pianoforte, per riprendere la bella immagine di questo post.
    Ciao! ^^

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