Apollo, Dioniso e le figurine

E’ passato oltre un anno dalla trasmissione televisiva che lanciò il tormentone del “Rock” e del “Lento”.

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Usando un po’ di buon senso ci accorgiamo di quanto fosse stato insulso paragonare al rock tutto ciò che ci sembrava positivo e definire lento quello che invece al momento non ci piaceva.
 

Ci sono tempi lenti che mettono a dura prova i maggiori direttori d’orchestra: quelli di Beethoven ad esempio, ma anche quelli di Mahler, Bruckner e Richard Strauss.

 

 

 

Negli anni ’80 il grande Karl Leister, primo clarinetto dei Berliner, era l’idolo di noi studenti del conservatorio.

Cercavamo di imitarne il suono in ogni modo: cambiando bocchini ed ance, oppure tentando di scimmiottare i dischi incisi dal maestro.

 

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Alcuni andarono oltre e spesero una fortuna per passare dallo strumento con sistema francese, normalmente usato in Italia, a quello con sistema tedesco. Ho una registrazione del Trio Op. 115 di Brahms dove il suono scuro del clarinetto si fonde magnificamente con il pianoforte ed il violoncello, suscitando quella strana sensazione tra riso e lacrime, che ci assale quando un’emozione improvvisa oltrepassa ogni nostra previsione. Leister ebbe a confessare che uno dei momenti più intensi della propria carriera fu quando in Giappone, mentre suonava l’Adagio dal mozartiano K 622, vide alcuni spettatori estrarre il fazzoletto dalla tasca ed asciugarsi le lacrime.  

 

 

 

Quanto era “rock” Leister mentre suonava i tempi lenti?

 

 

 

Quanto eravamo lenti noi che cercavamo di imitarlo senza successo, pensando che il segreto di un’anima così speciale potesse essere carpito suonando con un bocchino in ebano piuttosto che in cristallo, oppure usando ance più dure o di taglio diverso?

Finita la trasmissione di Celentano, personaggio che mi è sempre piaciuto, a patto che si limiti a fare il cantante, ne iniziò un’altra, condotta da un altro big della canzone.

 

 

 

Gianni Morandi il cantante lo sa fare molto bene e con grande professionalità. Non si è mai fatto prendere la mano dal successo e dal denaro e non ha mai approfittato dell’uno e dell’altro per atteggiarsi a predicatore, addomesticatore di folle, giudice di tutto e di tutti.

 

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Il programma si intitolava “Non facciamoci prendere dal panico” ed io, come faccio in questi casi – vale anche per “Rockpolitik” di cui abbiamo già parlato – non ne ho vista nemmeno una puntata.

Purtroppo sono molto selettivo in fatto di televisione: sono poco a casa e la guardo solo quando c’è qualcosa che mi convince del tutto, quindi quasi mai.

 

 

 

So però che quella trasmissione tentò, sulla scia della prima, il lancio di un nuovo tormentone: quel “ce l’ho” e “manca” che ha accompagnato tanti giochi di figurine della nostra infanzia. Chi si è dimenticato le bustine Panini con il logo della la rovesciata di Carletto Parola?

Chi non ricorda le immagini dei campioni: Riva, Mazzola, Rivera, Capello, Bettega, ma anche buoni portatori di palla come Benetti e Furino, o difensori quasi dimenticati come Cera, Rosato, Burgnich e tanti altri che adesso non mi vengono in mente.

 

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Quelle facce giovanili e sorridenti, con un pizzicotto preciso cadevano dai banchi nell’ora di ricreazione e, se eravamo stati abbastanza abili, andavano a colpire la figurina avversaria permettendoci di conquistarla e di compiere un passo decisivo verso il completamento dell’album. Il nuovo tormentone, al di là dell’immancabile nostalgia suscitata in noi bambini di ieri, cresciuti senza cellulare, videogiochi e playstation, non ebbe lunga durata. Riflettendoci adesso era stata un’idea poco originale, ma comunque non da condannare, perché in fondo non si trattava che di un gioco: proprio come le figurine o altri che facevamo durante l’infanzia. Il gioco diventa più consistente se ci dimentichiamo delle nostre vecchie figurine e passiamo al concetto classico di “apollineo” e “dionisiaco”. Non si tratta più di una definizione positiva da contrapporre ad un’altra opposta e negativa, ma di due aspetti importanti che ci accompagnano, si incontrano e si scontrano, creando sintonie e contrasti in noi stessi e nei rapporti con i nostri simili.

 

 

 

Dioniso, soprattutto nell’immagine che ce ne ha dato Nietzsche, è espressione della gioia primordiale, tensione portata alle estreme conseguenze, azione governata dall’istinto prima ancora che dal pensiero.

 

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Apollo è bellezza allo stato puro. Non più la gioia primordiale, ma quella che scaturisce dalla contemplazione delle cose belle, pensiero che domina e regola l’azione.

 

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Adesso possiamo far partire un nuovo gioco, questa volta più adatto a noi adulti: cercare di capire quanto Apollo e quanto Dioniso ci siano in ogni epoca storica, fatto di attualità, personaggio pubblico, amico, parente o conoscente. Apollo suonava la cetra, mentre Dioniso era associato al suono dell’aulos. L’aulos era un flauto primordiale che accompagnava le danze ed il Ditirambo, da cui ebbe a svilupparsi, sempre secondo Nietzsche, la tragedia. Senza voler fare di ogni erba un fascio, pensiamo alle nostre orchestre sinfoniche, dalle più piccole alle più grandi e importanti, ed all’eterno dualismo tra fiati ed archi. Gli uni, sotto l’influsso di Dioniso, sempre casinisti, poco attenti alle spiegazioni del direttore, distratti, dalla battuta pronta e con un repertorio di barzellette che talvolta supera quello musicale. Gli altri invece, nelle grazie di Apollo, più seri, compassati, professionali ed attenti.

Conosco personaggi che fanno eccezione, ma le mie sono solo considerazioni generali che servono a trarre qualche piccolo spunto di riflessione, non hanno la pretesa di essere verità assoluta e inconfutabile.

 

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Nessuno se la prenda: non ci sono riferimenti a personaggi da me conosciuti o frequentati. Fermiamoci allora al mondo dei fiati e proviamo a fare le stesse osservazioni: più seri i flautisti e gli strumentini, quanto caciaroni e pieni di verve e umorismo gli ottoni. La scelta dello strumento non è quasi mai casuale, è legata al nostro modo di essere e di vivere. Spesso, oserei dire quasi sempre, non siamo noi a scegliere lo strumento, ma lui a sceglierci in base a quanto feeling riusciamo a dimostrargli. Gli ottoni sono “rock” ed i legni più “lenti”? Oppure sono i fiati ad essere “rock” e gli archi “lenti”? Oppure qualcuno potrebbe sentirsi in grado di affermare: “La faccia da duro ce l’ho, è il trombone basso che mi manca”?

 

 

In musica Dioniso rappresenta soprattutto il ritmo, Apollo la melodia, mentre tutti e due si danno convegno nell’armonia e nel contrappunto, dove, a seconda dei casi, finisce col prevalere l’uno o l’altro. Allora, che aspettiamo a cominciare a giocare? Oggi ci sentiamo più apollinei o più dionisiaci? Quanto Dioniso e quanto Apollo occorrono per affrontare una giornata di lavoro, una discussione in famiglia, l’ennesima marachella del figlio, il conto dell’officina, la bolletta del gas, le lamentele della suocera o la multa per divieto di sosta? Provate a rispondere attraverso i vostri commenti!

 

 

 

 

Fernando Campigli 

 

Apollo, Dioniso e le figurineultima modifica: 2007-09-03T18:34:01+00:00da fernandoblog
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